Mal Bianco

Regia, coreografia e drammaturgia del suono Luana Gramegna
scene, luci, maschere e costumi Francesco Givone
musica originale, video e live electronics Stefano Ciardi
performers Andrea Lorena Cianchetta, Gianluca Gabriele, Martina Garbelli, Enrica Zampetti
collaborazione artistica Enrica Zampetti
realizzazione costumi Valeria Donata Bettella e Elisa Abbrugiati

una produzione Zaches Teatro

coproduzione PIM Spazio Scenico, Premio Prospettiva Danza Teatro 2010, Kilowatt Festival
in collaborazione con Regione Toscana – Progetto Filigrane, Università degli Studi di Arezzo, Centro Il Funaro – Pistoia
con il sostegno di Regione Toscana

Spettacolo selezionato per il progetto interregionale Teatri del Tempo Presente 2013 indetto dal MiBACT
per la circuitazione dello spettacolo dal vivo
Spettacolo vincitore del Premio Prospettiva Danza Teatro 2010
Selezionato per il Qualitylabel della rete europea e-MIX
Progetto finalista al Premio Equilibrio 2010 all’Auditorium Parco della Musica (RM)

Mal Bianco è la seconda tappa della Trilogia della Visione, progetto sull’opera pittorica di tre differenti artisti che indaga l’atto del vedere come forma articolata di percezione.
La prima tappa è Il Fascino dell’Idiozia, lavoro ispirato alle Pitture Nere di Goya, dove lo spazio è costituito da un’oscurità da cui i corpi fuoriescono come da una massa densa.

In Mal Bianco lo spazio si capovolge, consuma i corpi, quasi li corrode dall’interno fino a modificarli nel loro apparire. Il lavoro prende come ispirazione iconografica il maestro giapponese Hokusai, il creatore dei Manga, parola che letteralmente significa “immagini senza nesso logico”.
Lo spazio perde contorni e definizioni prospettiche, assorbe i corpi in scena, e li restituisce smangiati, consumati, ombre di se stessi o simulacri di entità decadute. Una realtà altra s’insinua, ulteriore a quella che crediamo ogni giorno di vedere con i nostri occhi, una realtà interiore, dell’animo e dei fantasmi che ognuno porta con sé.

I corpi si svuotano muovendosi in uno spazio di strutture dal sapore rituale, fino a rimanere presenze rassegnate dai contorni indefiniti, come il ricordo di un volto che nella memoria via via si dimentica, si va consumando.